Una vita On Air...

1984-2014 

30 Anni di Ham Radio !

de IK1GKH,Carlo

Spiegare, a chi non ha mai operato in CW, che cosa significa fare grafia, dopo tanti anni di tentativi, mi sono reso conto che è impossibile. Posso però portare un dato, che ho confutato con gli anni: chi ha iniziato a fare Telegrafia, non è più tornato indietro... !. Oggi anche fra noi qualche cosa è cambiato: Non voglio dilungarmi su cosa o sul perchè, resta comunque il fatto, che la scelta di abolire, lo studio della Telegrafia ed il successivo esame, visto come modesto contributo al conseguimento del nominativo radioamatoriale, è stato a mio parere un errore, a livello didattico, oltrechè uno sminuire il senso di tutto il nostro mondo, forse lo abbiamo voluto Noi ... ?. Io utilizzo la telegrafia dal 1982, ed ogni giorno, se non è proprio impossibile, il mio quarto d'ora di " Piri Piri ", ( espressione cara al mio Amico e collega O.M., IK1IYV, S.K. , Ciao ALDO...), in rx o magari un piccolo QSO, lo devo fare, pena, un senso di malessere diffuso, io lo chiamo... CW malibus mancantibus... ! .

 

 

Un caro Amico, IK6FAW, Bruno, ha preparato questo piccolo manuale di telegrafia, per coloro che si avvicinano, per la prima volta, a questa meravigliosa e romantica Arte. E' un " Nifty Quick Reference Mini-Manuals ", come amano dire i nostri amici di oltre oceano, ma ha in se, tutto ciò che occorre, per chiarire le idee sulla materia, che ci si appresta ad affrontare. E' liberamente scaricabile e condivisibile, un piccolo omaggio, da una bellissima persona e Signor O..M., che ha fatto della telegrafia, il suo Amor primo in Radio. Lui così lo definisce: " PENSO CE NE SIANO MOLTI ALTRI, DI SITI PER RADIOAMATORI, CHE HANNO PUBBLICATO IL MIO BREVE MANUALE DELLA CORRETTA SINTASSI DEL QSO IN CW, CHE, PUR ESSENDO UNA COSA BANALE, NON ERA MAI STATA DESCRITTA E LA SI DOVEVA APPRENDERE, SOLO CON ASCOLTO E  PRATICA. E' vero che i mestieri non si insegnano, SI RUBANO,, GUARDANDO LE MANI, I GESTI, GLI OCCHI DI COLORO CHE OPERANO PERO', UN CANOVACCIO PUO' SERVIRE ! . "

 

73,Carlo. 

 

Manuale_Telegrafia_IK6FAW.pdf
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Quanto sotto rappresentato, non sia letto come polemica fine a se stessa. I tempi, purtroppo, ci hanno portato a falsare e storpiare le verità più limpide e a distorcere concetti, ad uso e consumo di chi, da queste distorsioni, ne trae vantaggio. Nel nostro mondo, perlomeno, diciamo " NO ! ".

 

Cordiali 73,Carlo.

 

 

 

I6HWD ,un collega,un Amico,un bellissimo sito da visitare !.

 

 

 

 

 

Pubblicità della Vibroplex, negli anni ruggenti della Telegrafia !.

 

Che MERAVIGLIA !.

 

 

Un altra pubblicità, sempre Vibroplex, questa volta

di un Original Standard.

 

 

 

 

 

Da un estratto del sito Telegrafia.it, alcuni brevi cenni storici sulla Telegrafia

 

 

Io e il CW ( un po' di storia e di storie )


Tutto ebbe inizio nell'anno 1837, quando tale Samuel Morse inventò un sistema telegrafico elettrico che impiegava un filo e inventò anche un Codice Morse, che codificava le lettere dell'alfabeto in sequenze di impulsi di due diverse durate (punti e linee). Samuel Finley Breese Morse (1791-1872) non era propriamente un fisico, ma un pittore che a un certo punto si interessò all’applicazione dell’elettricità per la trasmissione di impulsi a distanza. Il suo telegrafo elettro-magnetico venne brevettato nel 1837 e la prima linea regolare fu la Washington DC-Baltimora Il 24 maggio 1844 (la prima linea italiana fu la Pisa-Firenze, del 1846-48). Si formò anche una classe di operatori specializzati, alcuni dei quali arrivavano a digitare il codice Morse a quasi 100 caratteri/minuto. Il 27 luglio 1866 venne posato con successo il primo cavo sottomarino lungo 1.852 miglia nautiche fra Europa ed America, che poterono comunicare in tempo reale. Una volta entrata in esercizio, la stazione trasmetteva fino a 3.000 messaggi al giorno, ad un costo medio di 5 dollari per parola ed è stata operativa fino al 1965. Nel giugno del 1896 Guglielmo Marconi per primo depositò il brevetto d'un sistema di telegrafia senza fili, mediante il quale nel dicembre del 1901 inviò segnali attraverso l'Atlantico. Nel 1907 vennero stabilite le prime comunicazioni transoceaniche affidabili via radio.
Le prime radio non erano ancora in grado di trasmettere la voce, però erano idonee ad inviare segnali ON/OFF, quindi potevano usare il codice Morse. Il più semplice ricevitore di tipo acustico era costituito da un elettromagnete in grado di attirare una piccola ancora. Il semplice rumore prodotto (tlac-tlac) consentiva ad un orecchio allenato di decifrare il messaggio. Questo sistema era in genere preferito dagli operatori rispetto alla stampante, per cui fu perfezionato con l'aggiunta di cassa di risonanza in legno per aumentare il volume sonoro. In epoca moderna si utilizzano segnalatori acustici elettronici che emettono un suono acuto (ti-tii). Dal 1º febbraio 1999 l'utilizzo in ambito marittimo non è più obbligatorio, in suo luogo c'è l'uso della tecnologia digitale GMDSS. La telegrafia Morse è però sostenuta con passione dai radioamatori, i quali la ritengono giustamente più efficace del parlato nelle comunicazioni a lunga distanza. La telegrafia presso i radioamatori ha dovuto affrontare parecchie sfide nel corso degli anni, uscendone sempre vincente. Con l'avvento della fonia in Ampiezza Modulata non ci fu nemmeno battaglia, troppa la differenza di resa fra i due modi. Solo l'arrivo della SSB riuscì a dare uno scossone alla superiorità del CW, che per qualche tempo soffrì un po' per la disaffezione di chi voleva sperimentare l'efficenza del QSO-DX a viva voce. La nuova tecnica permetteva di costruire apparati più piccoli e leggeri e con potenze più che apprezzabili, risparmiando sui costi e sopratutto era possibile usare il pile up alla stregua della telegrafia, cosa che con la AM risultava decisamente molto difficile. Passato un po' di tempo la febbre della novità SSB passò e si vide che il modo più efficace per stabilire contatti con stazioni DX era ancora la vecchia telegrafia. Neppure la telescrivente ( RTTY ) era riuscita a scalfire la sua superiorità, un po' per la complessità delle prime macchine meccaniche, rumorose e ingombranti, un po' per la non perfetta efficenza del sistema. Con l'avvento dei PC la RTTY ha avuto una impennata e molti radioamatori hanno iniziato a usarla normalmente con risultati interessanti anche per chi organizza spedizioni DX in giro per il mondo, anche se l'impegno da parte degli operatori è oggi ridotto al minimo. Verso la fine del secolo scorso la telegrafia non fu più materia d'esame per conseguire la patente di radio operatore e subito si alzarono i cori di chi prevedeva il completo abbandono da parte dei radioamatori a favore di modi più semplici da apprendere, sopratutto digitali. Stranamente invece le cose sono andate diversamente. Molti OM hanno riscoperto la soddisfazione di cimentarsi con il CW, forse proprio in quanto non più studio obbligato per 'passare' l'esame.. E qui entra in gioco la complessità dell'animo umano, nuovi e vecchi radioamatori sempre più coinvolti hanno messo da parte il microfono per sottomettersi alla 'tortura' del 'TA TI TA TI' e dopo giorni ( settimane.. mesi.. ) di snervanti esercitazioni che uno dei tanti programmi reperibili in rete ragala ai volonterosi, hanno provato finalmente la gioia ( e il batticuore...) del primo QSO in telegrafia. I più 'puri' hanno ripudiato l'uso della tastiera e del PC per sostituire il tasto telegrafico, meritandosi mesi di batticuore e paura di sbagliare, specialmente passando dal vecchio tasto telegrafico verticale al paddle più o meno Iambic e a velocità superiori. Una sparuta minoranza di appassionati della storia della telegrafia non ha rinunciato a giocare con i tasti 'Bug', precursori meccanici del paddle con generazione elettrica di punti e linee. Rarissimi i casi di coloro che hanno sperimentato con successo altri metodi, quali il side viper etc. Da alcuni anni l'elettronica ha messo a disposizione di tutti dei decoders più o meno affidabili e più o meno integrati negli apparati e questo ha spinto anche gli OM più pigri a cimentarsi con il CW letto sul monitor del RTX o del PC. S/fortunatamente ancor oggi il miglior decoder telegrafico in assoluto è nella testa dell'operatore ed è fin troppo facile rendersene conto ascoltando certe operazioni in concomitanza con le spedizioni Dx più importanti, funestate da improbabili CWdoppisti... Da pochissimo tempo la telegrafia sta subendo l'assalto da parte delle tecniche digitali più perfezionate, l'ultima è stata battezzata FT8. Sulla carta è un sistema quasi perfetto in grado di decodificare segnali che sono ben al di sotto della soglia udibile e perfino della soglia del noise umano o atmosferico. Nato per usi estremi per frequenze V-U-SHF è stato subito testato anche sulle HF e in questo periodo conosce una popolarità facilmente prevedibile, trattandosi di un sistema in cui l'impegno da parte dell'operatore radio è ridotto a quasi nulla e i risultati vanno spesso oltre le previsioni. La comunità dei radioamatori si è divisa in due, da una parte chi vede il bicchiere mezzo pieno e scopre di avere una sete da morire, dall'altra chi pensa che il bicchiere mezzo pieno dovrebbe essere una giusta ricompensa per l'impegno profuso. Nel mezzo la vecchia telegrafia aspetta tranquillamente che le acque si calmino, che i veri radioamatori continuino a guadagnarsi la pagnotta con il sudore della fronte e non aspettando che altri si degnino di regalare loro un surrogato dal vago sapore di novità. 73' 


Qualche annotazione 'tecnica', tratta da telegrafia.it ... 


"Il codice è costituito dalla combinazione dei due segnali di base, il punto e la linea. Per durata, ogni linea equivale a tre punti. La loro durata è comunque relativa, nel senso che con trasmissione lenta o trasmissione veloce la linea equivale sempre a tre punti. L’intervallo tra elementi della medesima combinazione è sempre equivalente a un punto. L’intervallo tra lettera e lettera della medesima parola equivale a due punti, quello tra parola e parola a tre punti. Nella pratica le cose andavano un po’ diversamente perché ciascun telegrafista aveva la sua “trasmissione” personale, inconfondibile ad un buon orecchio come il timbro della voce. L’importante era che la differente durata dei punti e delle linee fosse veramente avvertibile e così pure gli intervalli fra segno e segno, lettera e lettera, parola e parola. Ho accennato alla differenza tra il segnale trasmesso con telegrafo e quello trasmesso via radio. È chiaro che si tratta sempre di codice Morse, cioè di punti e linee, ma c’era una sostanziale differenza tra i due. Infatti nella trasmissione telegrafica entrava in gioco quella che vorrei chiamare la “ribattuta” (forse aveva un suo nome tecnico, ma non lo ricordo), che era il rumore originato dall’elettrocalamita dell’apparato ricevente quando la barretta che essa azionava ricadeva in posizione di riposo. Per noi telegrafisti, che vi eravamo abituati, esso non significava niente, non interferiva sulla nostra ricezione: era invece di disturbo per i radiotelegrafisti puri ed aveva su di loro lo stesso effetto che aveva su di noi l’assenza della ribattuta nella trasmissione radiotelegrafica.

 

Da " Punto e Linea ", il mio rapporto con il Telegrafo.

 

 

 

A seguire

 

 

 

 

Gildo Cesco-Frare

 

PUNTO E LINEA

 

IL MIO RAPPORTO CON IL TELEGRAFO

 

 

Il testo qui presentato è un manoscritto inedito di memorie di un telegrafista, che lavorò in Veneto tra gli anni Trenta e Quaranta.È interessante per i dati e soprattutto per la resa dell’atmosfera di quel lavoro e delle doti umane e professionali necessarie ed acquisite con l’esperienza lavorativa. Grazie allo stile in cui sono stese, sono anche di gradevole lettura. Tutto ciò ne ha suggerito la pubblicazione, che è preceduta da un’introduzione della figlia di Gildo Cesco-Frare, che presenta l’autore. Gildo Cesco-Frare, mio padre, nacque a San Pietro in Cadore, in Comelico, nel 1914, e fu per ben 42 anni uomo di scuola, dal 1937 al 1979. Nella scuola attraversò varie esperienze, da quella iniziale di maestro elementare, in Comelico prima e poi nel trevigiano, a quella amministrativa al Provveditorato di Treviso per una decina di anni; quindi, ottenuta la laurea in lingua e letteratura tedesca presso l’università di Cà Foscari con Ladislao Mittner nel 1953, fu professore di questa disciplina presso l’Istituto tecnico commerciale Riccati di Treviso fino alla pensione, passando anche  attraverso l’esperienza della presidenza a Castelfranco Veneto dal ‘69 al ‘71, in piena contestazione studentesca.Egli era conosciuto come “il professore”, ma la sua carriera scolastica fu del tutto particolare. Frequentò le scuole elementari in Cadore, pur con l’interruzione di un anno per motivi di salute (subì un’inutile operazione ai piedi affetti da malformazione congenita), e la prima ginnasio a Venezia, presso una zia patema. Quindi decise di ritirarsi dalla scuola e di studiare da solo, conseguendo la licenza ginnasiale nel 1932, quando, costretto da dolorosi eventi famigliari (la morte della zia nel ’30), già larvoarava da un anno e mezzo. La morte dei padre nel ’32 lo costrinse, dopo aver frequentato il primo anno di liceo, ad abbandonare definitivamente il suo sogno di diventare medico per curare i bambini affetti da malformazioni ai piedi. Lavorando per mantenersi e studiando sempre da solo riuscì a conseguire, nel 1936, l’abilitazione magistrale. Nel 1937 entrò nella scuola elementare a San Pietro di Cadore.Chi ha conosciuto mio padre come insegnante e uomo di cultura, esperto di cinema, fondatore assieme ad altri noti personaggi trevigiani dei locale Cineforum, come presidente della Università Popolare cittadina o come consigliere comunale indipendente eletto per due legislature nelle liste del PCI, avrà modo di stupirsi del fatto che egli sia stato praticamente un autodidatta. Ma ancor più potrà stupirsi sapendo che egli, prima di divenire maestro elementare, dal 1930 al 1937 fu impiegato alle poste a Venezia ed ottimo telegrafista.Il suo rapporto con le poste e con il telegrafo in particolare ha però un’origine assai più remota, ed è legata alle vicende della famiglia ed alla casa paterna in Comelico, una casa costruita circa 150 anni fa dal suo bisnonno Giobatta, che ne fece una locanda con annessa privativa. Nell’ultimo decennio dell’800, a causa dei debiti con i fornitori, essa fu prima ipotecata e poi venduta. Per fortuna il Comune stesso l’acquistò, e concesse alla famiglia dei Frare di continuare a viverci, in attesa di poterla riscattare, cosa che si verificò nel 1921.Per mantenere la propria numerosa famiglia, il nonno di mio padre, Quirino, fece il portalettere; poi ottenne la collettoria e, superati gli esami previsti, l’ufficio postale. Si può ben dire che se la nostra grande casa fu per più di sessant’anni la “casa dellati in famiglia,per tre generazioni, a divenire, per periodi più o meno lunghi, impiegati postali, o almeno portalettere.Fra tutti, quelle che seguirono le orme dei vecchio Quirino per tutta la vita furono le sue tre figlie, Giovanna (Nuta), Pia e Luisa (Gigetta). Esse appresero il mestiere nell’ufficio paterno in Comelico (tranne la telegrafia Morse che impararono da sole poichè il padre non la conosceva) e trovarono quindi lavoro in altre sedi. Nuta e Pia erano nell’agordino nel 1917, la prima a Caprile, la seconda a Cencenighe. Quando il pericolo della guerra divenne troppo forte, Pia fu costretta ad abbandonare l’ufficio e andò profuga con i genitori e la sorella Luisa in Toscana. Nuta invece restò coraggiosamente a tenere in funzione l’ufficio di Caprile, dando, con la sua presenza, un grande aiuto e conforto ai soldati italiani, anche nei momenti di maggior pericolo. Questo suo comportamento “eroico” le valse l’assegnazione, per meriti di guerra, dell’ufficio postale di San Nicolò di Lido a Venezia, dove svolse un ruolo che andava ben oltre le sue mansioni di impiegata, facendo, con assoluta discrezione, tanto del bene a moltissime persone. Nel 1980, a cinquant’anni dalla sua morte, ed a cent’anni dalla nascita 86 GILDO CESCO -FRARE , il Gazzettino di Venezia la ricordò con un articolo dal titolo “Nuta Cesco-Frare, lacadorina eroica”. Fu presso di lei che mio padre visse quando venne a studiare a Venezia, e fu probabilmente da lei che imparò l’arte della telegrafia e le tecniche dell’amministrazione; abilità che gli consentirono, alla morte della zia, di farsi carico praticamente da solo, a 16 anni non ancora compiuti, dell’ufficio postale.Zia Pia potè ereditare dal padre, così come si usava allora, l’ufficio di San Pietro e lì rimase per tutta la sua vita, reggendo le sorti della casa di famiglia. Andò in pensione con 50 anni di servizio che le valsero una medaglia d’oro. Morì nel 1976.Zia Luisa, assai più giovane delle due sorelle, dopo aver lavorato in varie sedi nel Veneto ed in Friuli (fu a San Michele al Tagliamento durante la prima guerra e rischiò la vita più volte sotto i bombardamenti), lavorò a Venezia, all’ufficio centrale di Rialto, nel Fondaco dei Tedeschi, la stessa sede dove lavorò mio padre. Andò in pensione dopo 44 anni di servizio onorato. È ancora viva, e nell’ottobre del 2003 ha compiuto 107 anni.Oltre a mio padre almeno altri tre, tra fratelli e sorelle, furono impiegati alle poste, ma una sola fra questi, Piuta, vi lavorò tutta la vita, apprendendo il mestiere sotto la guida severa e rigorosa di zia Pia, ubentrando a lei quando questa andò in pensione, dal momento che già era da tempo sua supplente delegata. Le ricordo ancora tutte due chine fino a notte a fare i conti della giornata, incolonnando cifre su cifre vergate a mano con penna e inchiostro. E guai se c’era anche una sola lira di errore:si ricominciava da capo. Ricordo anche che zia Pia aveva l’abitudine, nell’intento di evitare sprechi, di rivoltare le buste per poterle riutilizzare. Fu sotto la reggenza di zia Piuta che avvenne il trasferimento dell’ufficio postale dalla nostra casa ad un altro edificio del paese, nel 1958.C’era nella famiglia un rapporto tutto particolare con il telegrafo. Mio padre mi raccontava un episodio commovente e significativo. Quando morì, in tenerissima età,un suo cuginetto, il corpicino venne adagiato sopra un’imbottitura fatta di carta della “zona” che zia Pia aveva srotolato, sistemandola sul fondo della povera cassa come delle braccia amiche che lo accompagnassero nell’ultimo viaggio.In quegli anni, che ora appaiono particolarmente lontani, l’ufficio postale, in una piccola comunità come poteva essere quella di San Pietro, o di San Nicolò di Lido, era un punto di riferimento importante per la gente, specie se povera o analfabeta. Chi stava al di là dello sportello era visto come una persona amica di cui avere fiducia,che conosceva i problemi dei propri compaesani e poteva aiutare a risolverli: scrivere una lettera, spedire un vaglia o un pacco, ritirare una pensione, inviare un telegramma e molto altro ancora. Le zie tutte erano ben consapevoli del ruolo che potevano avere, ed ebbero modo di fare del bene a tanta gente. Certamente trasmisero ai  propri nipoti quel rigore morale e quella partecipazione umana ai problemi altrui che aveva sempre caratterizzato il loro servizio, nonché la regola tassativa della riserva Punto e linea - il mio rapporto con il telegrafo 87 tezza e della discrezione. Lo stesso rigore e la stessa assoluta onestà aveva caratterizzato il servizio amministrativo di nonno Attilio, il padre di mio padre (che non ebbe mai nulla a che vedere con le poste) il quale era noto tanto per la sua capacità di intervenire con sollecitudine a favore di terzi, quanto per il suo fatalismo nei riguardi della propria famiglia. Questa stessa attitudine caratterizzò il comportamento di mio padre, assolutamente estraneo a qualunque azione che potesse apparire come interesse personale. Per mio padre il rapporto con la posta è stato prima di tutto un rapporto affettivo,legato agli odori ed ai suoni percepiti nella primissima infanzia, quando frequentava l’ufficio del nonno Quirino, in Comelico, in mezzo ai militari del Genio trasmissioni che si erano installati in casa nostra durante la prima guerra mondiale. L’odore della ceralacca, il suono ritmico del Morse, il tonfo cadenzato dei timbri sulla posta in par tenza e in arrivo, avevano accompagnato i suoi primi anni di vita e l’avevano per sempre segnato, come un imprinting indelebile. Il legame d’affetto con il nonno e le zie,con i quali visse assai più tempo che con la propria famiglia, unitamente ad alcuni eventi dolorosi, lo avevano orientato verso un’esperienza lavorativa quasi inevitabile.In seguito, le vicende della vita e il suo stesso carattere, determinato ed orgoglioso,diedero una svolta alla sua esistenza, conducendolo in tutt’altra direzione. Ma il telegrafo e il Morse gli sono sempre restati nel cuore come un lessico famigliare. Nell’aprile dei 1997, alcuni mesi prima che la morte lo cogliesse, una morte consapevolmente attesa, egli desiderò fissare sulla carta i propri ricordi e le proprie considerazioni, perché la memoria del telegrafo Morse non andasse perduta del tutto nella nostra famiglia. Sono 16 facciate dattiloscritte, con la sua vecchia Olivetti portatile, che intitolò Punto e linea, il mio rapporto con il telegrafo.Io le trovai, raccolte assieme ad una sorta di autobiografia incompleta dal titolo Io-note autobiografiche, in una cartelletta con su scritto «destinato a Paola». Sono ben lieta che questo suo scritto possa essere letto anche da altri, e sono certa che anche lui lo sarebbe. Egli infatti pensava che mettere nero su bianco un po’della propria storia personale avrebbe voluto dire anche scrivere un po’della storia di tutti. 

 

Paola Cesco-Frare

 

GILDO CESCO -FRARE

 

Punto e linea - il mio rapporto con il telegrafo

 

La Repubblica di oggi, 3 febbraio 1997, reca un articolo di Vittorio Zucconi nel

quale si annuncia il collocamento in pensione del “codice Morse”, che per 160 anni

è stato il signore indiscusso, anche se variamente insidiato, della trasmissione di

segnali a distanza (tele-grafia). Infatti è stata chiusa l’ultima stazione atlantica che,

dalla costa francese di capo Finisterre, ancora trasmetteva usando il glorioso alfabeto

di punti e linee. Zucconi riferisce anche che in qualche posto d’America si sarebbe

costituita un’associazione di ex “morsisti”, ormai a riposo forzato, al fine di salvare

se non altro il ricordo vivo del “loro” telegrafo. E, fatto ben più significativo, riferi-

sce anche di un medico che, conoscendo il codice Morse, riusciva a captare i mes-

saggi che un paziente, battendo con il cucchiaio sulla sponda del letto, stava invian-

do, nella speranza che qualcuno li raccogliesse. Il medico ci riuscì e, pare, il pazien-

te, un vecchio telegrafista 70enne colpito da ictus, fu recuperato. Con la conseguen-

za che la società di psichiatria e neurologia americana sta attentamente valutando la

possibilità di estendere il metodo, facendo imparare il Morse anche ad altri medici ai

quali vecchi telegrafisti, appositamente reclutati, lo dovrebbero insegnare.

L’articolo di Zucconi, abbastanza interessante anche se un po’troppo “di colore”,

mi stimola ad affrontare un capitolo della mia vita che ritengo ancora essere stato tra

i più importanti. Anche perché io stesso ho più volte pensato alla possibilità di comu-

nicare, se un giorno mi fossi ammalato al punto di non poter parlare, mediante l’alfa-

beto Morse. Solo che, qui sta la difficoltà, non so proprio con chi potrei farlo, dal

momento che, per lo meno nella mia famiglia, ormai i morsisti si contano sulle dita

di una mano, e ne avanzano: zia Luisa, anzitutto, centenaria; poi Maria e Pia, le mie

due sorelle, che però non so quanto più ricordino, in pratica, della loro attività di tele-

grafiste e, infine, io stesso. Fra pochi anni nella nostra famiglia il ricordo del Morse

sarà del tutto scomparso, portato con noi nella tomba. Nessuno dei nostri figli e nipo-

ti ne sa niente, nemmeno Alberto che, quando fece il servizio militare, fu costretto

addirittura a fare un assurdo corso di telegrafia della durata di un mese. Dico assur-

do, perché, da quanto riuscii a capire, era non solo seguito ma anche organizzato con

nessuna convinzione e senza nessuna pratica finalità.

Chiunque mi osservi con attenzione, mentre sto davanti alla TV, vedrà che le mie

dita sono in continuo movimento. Posso seguire la trasmissione anche molto interes-

se, ma non posso fare a meno di riprodurre, con i segnali Morse, alcune delle parole

che mi capita di sentire o di leggere grazie al mio televisore. E una cosa analoga mi

accade sempre, o quasi sempre, quando me ne sto seduto anche con altre persone: le

mie dita si muovono spontaneamente e scandiscono, in punti e linee, le parole che in

quel momento per qualche ragione (non saprei dire quale) più mi colpiscono. Ma poi-

ché di solito le scandisco con tutte e cinque le dita della mano (destra o sinistra non

Punto e linea - il mio rapporto con il telegrafo 89

importa) mi ritengo di solito soddisfatto, e magari la smetto di scandire, quando la

“trasmissione” della parola prescelta termina esattamente sotto il quinto dito. È una

fissazione? Forse si inquadra con la mia abitudine a contare, mentre magari passa un

vaporetto sul Canal Grande, le finestre dei palazzi che la fiancheggiano; o quando

conto i vetri di una stanza oppure i paracarri di una strada… So per certo che una tale

abitudine (non saprei come meglio chiamarla) l’aveva anche mio fratello Marino ed

è probabile che essa manifesti, in un modo direi quasi infantile, una quasi permanen-

te tensione che sento in me (e che Marino sentiva in sé; me lo disse lui, credo).

Che essa trovi specialmente, per quel che mi concerne, proprio nel codice Morse

la sua preferita manifestazione non è però casuale. Perché il Morse fa parte della mia

vita, fin dai primissimi anni, quando sentivo il ticchettio dell’apparato nell’ufficio di

casa, a Mare, e poi fu addirittura la mia principale attività pratica per almeno cinque

anni, dai 18 ai 23, quando lavoravo (e studiavo…) nell’ufficio postale di S. Nicolò di

Lido o al telegrafo centrale di Venezia (a Rialto). E furono anni di intensa partecipa-

zione, al lavoro e allo studio. Oltre che a una incipiente attività poetico-letteraria, che

poi si è di molto raggrinzita.

A questo punto, però, sarà bene che io parli un poco più dettagliatamente del

codice Morse e della sua applicazione nel telegrafo elettro-magnetico con il quale ho

tanto lavorato. E questo al solo scopo di impedire che di esso si perda ogni traccia,

che esso finisca per svanire con me, quando non ci sarò più.

Gli apparati.

Ed ora qualche breve notizia sugli apparati telegrafici con i quali ho avuto qual-

che familiarità. Lasciando da parte i vari telegrafi ottici in uso molto tempo prima del

telegrafo elettro-magnetico, mi soffermerò un po’su quei sistemi di cui ho conoscen-

za diretta, per averli usati o averli visti in funzione quasi quotidianamente.

1) Il primo posto, naturalmente, nei miei ricordi, spetta al sistema Morse.

Samuel Finley Breese Morse (1791-1872) non era propriamente un fisico, ma un

pittore che a un certo punto si interessò all’applicazione dell’elettricità per la tra-

smissione di impulsi a distanza. Il suo telegrafo elettro-magnetico venne brevettato

nel 1837 e la prima linea regolare fu la Washington-Baltimora, del 1844 (la prima

linea italiana fu la Pisa-Firenze, del 1846-48).

Consta di un manipolatore (“tasto”) a leva che, alzandosi e abbassandosi sotto la

pressione delle dita dell’operatore, apre e chiude il circuito elettrico, facendo aziona-

re a distanza l’elettrocalamita dell’apparato ricevitore. A sua volta il movimento

indotto dell’elettrocalamita ricevente azionava un “pennino scrivente” che tracciava

su una carta a nastro (“zona”) i segnali del codice che lo stesso Morse aveva inventa-

90 G ILDO C ESCO -F RARE

to. Ma oltre alla decifrazione ottica c’era anche la possibilità della decifrazione acu-

stica, poiché il movimento dell’elettrocalamita determinava un ticchettio ben chiaro,

che l’operatore interpretava (l’operatore era, in tal caso, un “orecchista”, punto di arri-

vo ottimale della sua prassi lavorativa). Noi usavamo rendere più sensibile il suono

applicando nella parte posteriore della sbarretta una “campanella” di carta, che aveva

lo scopo di accentuare il suono e anche di differenziarlo. Il che era molto importante

quando si doveva, come capitò a me, operare in una sala dove erano contemporanea-

mente in funzione 30-40 apparati Morse. L’alimentazione della linea avveniva o

mediante batterie locali (noi usavamo la cosiddetta pila italiana: solfato di rame in

soluzione, nel quale pescava un catodo di rame-zinco) oppure mediante batteria cen-

tralizzata. In questo ultimo caso si parlava di telegrafo a “corrente continua”, nel

primo caso a “corrente alternata”. Il tasto per la corrente continua era provvisto di una

“patella” che, dalle dita dell’operatore, veniva spinta all’indietro ed interrompeva l’e-

missione di corrente. A Mare avevamo la corrente continua, a S. Nicolò di Lido quel-

la alternata. Ho passato molte ore a rinnovare la pila, per togliere le incrostazioni che

si formavano.

2) Il sistema Hughes.

Vi ho lavorato poco, e non sono mai diventato un buon “hughista”. Venne inven-

tato da David Edward Hughes (1831-1900) e messo in azione nel 1851. Era un siste-

ma stampante, nel senso che gli impulsi trasmessi mediante una tastiera abbastanza

simile a quella di un pianoforte, mettevano in azione non segnali convenzionali ma

proprio le lettere dell’alfabeto. La loro scrittura avveniva su di una “zona” gommata

che, umettandola su un cilindro sempre immerso nell’acqua, veniva poi incollata sullo

stampato. Quindi niente penna, niente codice , ma solo molta abilità digitale. Era un

apparato assai veloce ma anche molto rumoroso, aveva il rumore di una vera e pro-

pria mitragliatrice. Era usato nelle linee di maggior traffico.

3) Il sistema Baudot era, come effetto pratico, simile al precedente, perché era

anche questo un sistema stampante. Ma la sua tastiera aveva solo cinque tasti, e il

codice consisteva nella loro combinazione. Io iniziai a studiarlo, questo sistema, pro-

prio negli ultimi mesi di servizio a Venezia, nel 1937, ma non ci feci mai nessuna pra-

tica. Era un sistema multiplo, nel senso che, su di uno stesso filo, grazie a vari relais,

potevano operare contemporaneamente più uffici. A Venezia, ad esempio, avevamo

allora un circuito che, partendo da Roma, giungeva a Berlino, e sul quale trasmette-

vano Venezia, Trieste,Vienna, Berlino e, naturalmente, anche Roma. A me dava l’im-

pressione di essere monotono e non ho mai sentito il vero desiderio di impadronir-

mene.

4) Il sistema Wheatstone.

Inventato da Charles Wheatstone, britannico (1802-1875). Veniva usato solo per

la trasmissione di comunicati governativi o di agenzia (La “Stefani”) e operava

Punto e linea - il mio rapporto con il telegrafo 91

mediante la trasmissione meccanica di segnali Morse che venivano fissati su una

“zona” molto grande. La lasciavano scorrere per ore e poi due operatori interveniva-

no, l’uno con lo scopo di decifrare messaggi, l’altro di batterli a macchina sotto det-

tatura. I segnali erano quanto mai regolari, privi di qualsiasi personalità, perché,

appunto erano ottenuti mediante una zona perforata. La trasmissione normale era

impossibile decifrarla ad udito, per l’eccessiva velocità. Solo talora veniva rallentata

come ad esempio quando, al termine della I Guerra (1918), venne diffuso con que-

st’apparto il Bollettino della Vittoria: lente e solenne!

Io ci ho lavorato poche volte, e venivo chiamato per la mia velocità di dattilogra-

fo.

Il codice Morse.

Lettere.

A _ ___

B ___ _ _ _

C ___ _ ___ _

D ___ _ _

E _

F _ _ ___ _

G ___ ___ _

H _ _ _ _

CH ___ ___ ___ ____

K ___ _ ___

I _ _

J _ ___ ___ ___

L _ ___ _ _

M ___ ___

N ___ _

O ___ ___ ___

P _ ___ ___ _

Q ___ ___ _ ___

R _ ___ _

S _ _ _

T ___

U _ _ ___

V _ _ _ ___

W _ ___ ___

X ___ _ _ ___

92 G ILDO C ESCO -F RARE

Y ___ _ ___ ___

Z ___ ___ _ _

Numeri.

1 _ ___ ___ ___ ___

2 _ _ ___ ___ ___

3 _ _ _ ___ ___

4 _ _ _ _ ___

5 _ _ _ _ _

6 ___ _ _ _ _

7 ___ ___ _ _ _

8 ___ ___ ___ _ _

9 ___ ___ ___ ___ _

0 ___ ___ ____ ____ ____

Segni di interpunzione.

virgola ( , ) _ ___ _ ___ _ ___

punto e virgola ( ; ) ___ _ ___ _ ___ _

punto fermo ( . ) _ _ _ _ _ _

punto esclamativo ( ! ) ___ ___ _ _ ___ ___

punto interrogativo ( ? ) _ _ ___ ___ _ _

Altri non ne ricordo, forse perché non li ho mai usati.

Il codice è dunque costituito dalla combinazione dei due segnali di base, il punto

e la linea. Per durata, ogni linea equivale a tre punti. La loro durata è comunbque rela-

tiva, nel senso che con trasmissione lenta o trasmissione veloce la linea equivale sem-

pre a tre punti.

L’inrtervallo tra elementi della medesima combinazione è sempre equivalente a

un punto. L’intervallo tra lettera e lettera della medesima parola equivale a due punti;

quello tra parola e parola a tre punti.

Questo, naturalmente, in teoria. Nella praticità però le cose andavano un po’

diversamente perché ciascun telegrafista aveva la sua “trasmissione” personale,

inconfondibile ad un buon orecchiante (ovvero “orecchista”) come il timbro della

voce. L’importante era che la differente durata dei punti e delle linee fosse veramen-

te avvertibile, e così pure gli intervalli fra segno e segno, lettera e lettera, parola e

parola.

In ogni caso, a voler essere essenziali, è necessario dire che la misura di durata

su cui si basa il codice Morse è il punto.

Punto e linea - il mio rapporto con il telegrafo 93

Io e il Morse.

I miei rapporti con l’apparato Morse non era solo di natura tecnica, erano invece

anche profondamente affettivi. Quando “scappavo” di casa, da Pieve, per andare a

Mare (ora posso immaginare con quanto dispiacere di mia mamma, povera donna), in

genere preparavo la fuga con il telegrafo. Mi recavo, cioè, a Vallesella da Silvestri,

che era il titolare di quell’ufficio postale, e da lui mi facevo mettere in comunicazio-

ne con zia Pia, a Mare ed avevo con lei lunghi colloqui (dimenticando che ciò era

severamente proibito, anche se tollerato, dai regolamenti telegrafici). Allora, però, ero

ancora un povero “zonista” (ricevevo solo otticamente, dunque, non ad orecchio) e

non ricordo il timbro della trasmissione di zia Pia. Vari anni dopo, nel 1940, quando

mi feci assumere, d’estate, al telegrafo di Belluno (per poter essere così più vicino a

Treviso, dove c’era la mia futura moglie!), ero naturalmente già un provetto orecchi-

sta e ricordo perfettamente la voce telegrafica di zia Pia quando, al mattino presto, mi

dava il buon giorno. Io ero abituato a fare i turni di notte, perché così potevo tran-

quillamente studiare per alcune ore, dal momento che di lavoro notturno ce n’era dav-

vero poco.

Nel suo articolo, Zucconi sembra giudicare con una certa ironia l’affermazione

fatta da qualche telegrafista, che cioè si può veramente distinguere il tono dell’uno o

dell’altro, nella trasmissione. Zucconi ha torto, perché ciò non solo è possibile, ma di

fatto avveniva sempre. Bastava che un corrispondente qualsiasi mettesse la mano sul

suo tasto, perché il suo partner, a distanza anche di varie centinaia di chilometri,

capisse subito chi gli parlava. E la trasmissione di zia Pia era in tutto conforme alla

sua particolare scrittura, alta, aperta e, come dire, sbrigativa. Zia Luisa, invece, che

era una telegrafista eccezionale, vincitrice di varie gare, aveva una sua trasmissione

tutta particolare. Vista sulla “zona” era, come dire, un disastro: i punti erano spesso

simili alle linee, specialmente, per fare un esempio, il primo punto dopo la linea nelle

lettere N oppure D che, alla lettura, parevano rispettivamente una M o una G. Ma

ad udito era tutt’altra cosa, era una vera musica, una sorta di preziosità stilistica. E

anche qui rifletteva il suo carattere: alla sua scrittura raffinata, tutta angoli, corri-

spondeva un costante controllo di sé e su di sé, per costruirsi secondo un certo model-

lo ideale che si era andata assumendo come meta formativa, nel corso di anni e anni.

Della mia trasmissione, naturalmente, non saprei dire quale effetto facesse ai miei

corrispondenti. So solo questo: che mi ero ripromesso, negli anni trascorsi al telegra-

fo centrale di Venezia, di raggiungere il traguardo della perfezione formale che, per

un telegrafista di stato, quale ero io, costituiva un vero e proprio punto d’orgoglio, una

qualificazione. E questo obiettivo formale dovette certo costarmi non pochi sforzi di

autocontrollo, dal momento che ero, e sono, sostanzialmente un inquieto, non un

equilibrato. Ad ogni modo so che, quando mi presentai (era forse nel 1938-39) ad una

sorta di esame di telegrafia riservato ai maestri elementari (il governo fascista forse

pensava di poterli adoperare in caso di bisogno quali telegrafisti o radiotelegrafisti

ausiliari), la sede era quella del Genio telegrafisti di Bologna, mentre alla prova di

ascolto feci fiasco (perché i segnali erano non telegrafici ma radiotelegrafici, il che

per me faceva una bella differenza), alla prova di trasmissione mi fu assegnato un

punteggio pari, più o meno, a 97-98/100 (cioè: quasi la perfezione!).

Ho accennato alla differenza tra il segnale trasmesso con telegrafo e quello tra-

smesso via radio. È chiaro che si tratta sempre di codice Morse, cioè di punti e linee,

ma c’era una sostanziale differenza tra i due. Infatti nella trasmissione telegrafica

entrava in gioco quella che vorrei chiamare la “ribattuta” (forse aveva un suo nome

tecnico, ma non lo ricordo), e che era il rumore originato dall’elettrocalamita del-

l’apparato ricevente, quando la barretta che essa azionava, ricadeva in posizione di

riposo. Per noi telegrafisti, che vi eravamo abituati, esso non significava niente, non

interferiva sulla nostra ricezione; era invece di disturbo per i radiotelegrafisti puri, ed

aveva su di loro lo stesso effetto che aveva, su di noi, l’essenza della ribattuta nella

trasmissione radiotelegrafica.

I miei progressi telegrafici furono in verità piuttosto rapidi, a me quasi inavverti-

ti. Avevo compiuto da qualche mese i 15 anni (eravamo agli inizi del 1930) ed io ero

a S. Niccolò, quando morì improvvisamente (infarto!) zia Nuta. Zia Luisa, che era la

sua supplente delegat,a ebbe una grave crisi nervosa, alla quale si aggiunsero insop-

portabili dolori sciatici. Per varie settimane non poté occuparsi dell’ufficio. Venne

chiamata una certa signorina Rossi, che era pure lei una supplente di zia Nuta, ma che

di posta e telegrafo capiva ben poco. Fu così che mi trovai di colpo catapultato in uffi-

cio, e mi gettai a capofitto nel lavoro. Non ci misi molto a padroneggiare il lavoro cor-

rente allo sportello (vaglia, raccomandata, risparmi…) e nel frattempo affinavo il mio

udito. Sicché, dopo poche settimane, ero già in grado di ricevere ad udito. Tanto che,

quando il lavoro era più pressante del solito, ero anche in grado di svolgere le due atti-

vità contemporaneamente; mentre registravo, allo sportello, un vaglia, ricevevo

anche, sempre stando allo sportello (cioè qualche metro lontano dall’apparato) un

telegramma. Non si trattava di virtuosismo, ma di necessità, è chiaro!

Allora io studiavo ancora per l’esame di licenza ginnasiale (che superai in realtà

solo un paio d’anni più tardi), sempre da solo (autodidatticamente, si dice!) ma si può

immaginare con quale profitto, date le condizioni obbiettive in cui mi trovavo. Il lavo-

ro prevaleva, inevitabilmente, sullo studio.

In un ufficio postale di periferia (Mare o S. Niccolò, fa lo stesso) v’era un solo

apparato telegrafico: in un ufficio centrale, come quello di Venezia (Rialto), dove

andai per la prima volta a 19-20 anni, come “supplente in missione estiva”, Ve n’era-

no una quarantina, l’uno addossato all’altro. E al loro ticchettio si sommava il frago-

re della mitragliatrice Hughes, e il sordo rintronare della Baudot.

Per di più le voci umane degli operatori, dei fattorini, dei meccanici. Era un fra-

stuono indescrivibile, indecifrabile al primo impatto, e impegnava, almeno all’inizio,

tutto il nostro sistema nervoso, per resistergli. Ricordo che nelle mie prime settimane

di missione me ne tornavo a casa (abitavamo ancora a S. Niccolò) completamente

esausto, incapace di prendere un libro o di leggere un giornale. Piombavo in un sonno

profondo, certamente riparatore, fino al giorno seguente. Una sera avevo preso un

vaporetto verso le dieci e mezzo (i turni di servizio duravano 7 ore ininterrotte: dalle

7 alle 14 oppure dalle 8 alle 15 e, nel pomeriggio, dalle 14 alle 21 o dalle 15 alle 22,

senza contare i turni di notte, che però erano prerogativa degli anziani, perché erano

pagati il doppio) quando mi sentii scuotere da una voce che mi diceva: “Ma cossa falo

qua?”. Era il marinaio del vaporetto che mi stava scotendo, e il vaporetto stava andan-

do in cavana, cioè a riposo fino al giorno dopo. Erano quasi le due di notte. Avevo

dormito, beatamente, per almeno tre ore!

Ricordo ancora, molto bene, quando misi piede, per la prima volta, nella sala

apparati situata all’ultimo piano del palazzo delle poste centrali di Venezia, a Rialto.

Era una domenica, verso fine giugno, inizio della stagione balneare di Venezia e quin-

di grandissimo afflusso di ospiti stranieri e non. Per il telegrafo centrale significava

altresì un enorme lavoro di trasmissione, ricevimento e ritrasmissione di messaggi

telegrafici di ogni tipo e di ogni provenienza. Rammento che si calcolavano in alme-

no 25.000 i dispacci che, giornalmente, passavano attraverso i nostri circuiti nelle

giornate di punta. Era un lavoro enorme che dovevamo smaltire ed impegnava, per

ciascun turno giornaliero, non meno di cento operatori. Senza contare le ore di straor-

dinario, segnate in rosso sul grande quadro orario, che eravamo obbligati ad effettuare.

Quel giorno, però, era un giorno di calma, perché la stagione era appena all’ini-

zio ed anche perché era di domenica, con tutti gli uffici periferici, che dovevamo ser-

vire, ad orario ridotto (9-12). Mi accolse il caposala, un certo Tasca di Bassano, con

gravi problemi familiari (lo seppi solo in seguito: aveva la moglie ammalata menta-

le). Un ottimo telegrafista, sui cinquant’anni, piuttosto sciatto nel vestire. La sua

vestaglia nera (era d’obbligo, la usavo anche io) era molto lucida e di dubbia pulizia.

Appena mi fui presentato costui mi assegnò ai miei apparati: erano tre, disposti

l’uno a fianco all’altro, su due tavoli accostati. Dall’altra parte dei tavolo c’erano altri

tre apparati, uguali ai miei, ed ad essi vicinissimi. Rammento che quando presi posto,

mi prese subito il panico. Mi chiedevo se sarei riuscito a distinguere il ticchettio dei

miei apparati da quello degli apparati che stavano dall’altra parte. Ma mi misi, molto

rassegnato, al lavoro.

Il circuito principale che mi era stato affidato aveva il numero 512:Venezia ne era

il capolinea, con mansioni, diciamo così, direttive. Sarebbe spettato a me dirigere il

traffico, imponendomi, se necessario anche con energia, alla petulanza degli altri ope-

ratori. Che erano situati nell’ordine: a Conegliano, Vittorio Veneto, Sacile e

Pordenone. Erano tutti uffici di una certa importanza, e ciascuno di essi voleva pri-

meggiare sugli altri. L’operatore di Conegliano era un certo Poleselli, assai provetto.

Lo conobbi mesi dopo, di persona, e divenimmo anche buoni amici.

Mi ero seduto alle 9, mi ero messo subito al lavoro, trasmettendo e ricevendo in

continuazione e terminai a mezzogiorno in punto: stava appunto sparando il cannone

che annunciava quell’ora dall’isola di S. Giorgio, dove era ancorata la nave scuola

“Scilla”. A mezzogiorno, dunque, il mio tavolo era completamente sgombro, non

v’era più telegrammi da trasmettere, né i miei corrispondenti si facevano più sentire.

Avevo fatto come si usava dire, zero. Mi si avvicinò allora il Tasca, mi guardò con

benevolenza e mi disse:

- L’ho osservata tutta la mattina, e vedo che è bravo.

Naturalmente mi ha fatto piacere, un po’ anche inorgoglito. A vent’anni questo

può succedere!

Per due estati consecutive lavorai al telegrafo centrale durante l’estate, come sup-

plente in missione. Poi venne l’avanzamento: fui assunto come giornaliero, e tale

rimasi per due anni, fino all’autunno del 1937, quando lasciai il telegrafo e entrai

nella scuola. Come carriera non era gran che; undici lire e cinquanta centesimi al gior-

no, senza alcun diritto a riposo settimanale o ferie. Insomma: si lavorava 365 giorni

su 365. E per me furono due anni assai impegnativi, perché stavo appunto studiando

per il mio diploma magistrale e utilizzavo tutto il mio tempo libero sopra i libri. Avrei

avuto assoluto bisogno di maggiore libertà dal lavoro, ma le esigenze d’ufficio, e l’in-

sensibilità del direttore locale, un certo Petrini, “maledetto” toscano, mi erano contro.

Questi non voleva assolutamente esonerarmi dallo straordinario, accampando, appun-

to, le solite ragioni: che cioè il servizio era al di sopra di ogni cosa e che, pur con di-

spiacere, doveva purtroppo non dar corso alla mia richiesta.

Ma aveva fatto i conti senza la mia cocciutaggine. Andai a colloquio con lui,

ascoltai con rispetto le sue argomentazioni e, sotto i suoi occhi, lacerai io stesso la

richiesta scritta che gli avevo fatto. Dopo di che tornai in ufficio, mi sedetti ad una

macchina da scrivere, e battei un buon numero di biglietti, che dicevano testualmen-

te: “Per motivi noti al signor Direttore locale, non sono in grado si fare lo straordina-

rio assegnatomi oggi”. I motivi erano sostanzialmente la mia necessità di riposo, da

momento che lo studio mi aveva indubbiamente fiaccato. Per circa un mese, ogni

giorno, consegnavo al capoturno di servizio uno di questi biglietti e, allo scadere del

mio turno normale, andavo a casa. Alla fine l’ebbi vinta io. Venni sottoposto a visita

medico-fiscale e il sanitario che mi esaminò riconobbe la mia necessità di riposo, e

mi diede un mese di ferie, non pagate naturalmente.

Andai a Mare, da zia Pia, e fu proprio allora che la maestra Var già mia maestra

di prima e di seconda, poi mia collega, mi segnalò al direttore didattico per un posto

che si era reso libero proprio a S. Pietro, e che non riuscivano ad assegnare a nessu-

no. Finisce così la mia carriera di telegrafista, ed inizia quella di insegnante (che

doveva terminare ben 42 anni più tardi, quando andai in pensione).

Tuttavia, anche se conservo della suola molti ricordi, alcuni anche preziosi per

me, il telegrafo, come ho già detto all’inizio, mi è senz’altro rimasto nel sangue. Dei

miei colleghi di allora, giovani come me, o anche uomini maturi, ricordo molti volti

e anche alcuni nomi. Voglio qui nominarli, alla rinfusa, come mi vengono in mente e

mentalmente mi scuso con quelli che non citerò, assicurandoli comunque che dentro

di me sono tutti, o quasi tutti, ben vivi.

C’era il dottor Gigante, uno dei capiturno, l’unico dei laureati in quel settore, che

quando mi diplomai mi dimostrò una particolare deferenza, quasi un riconoscimento

di affinità spirituale e culturale… Altro capoturno era De Lorenzo, un bellunese tra-

sferito a Venezia, persona assai buona, forse un po’troppo intimidito dall’autorità del-

l’apparato, ma in sostanza onesto. Anche con lui i miei rapporti erano buoni. Aveva

lui pure il diploma di maestro, ma non aveva mai insegnato.

Ricordo Montesano e Ponticelli, due anziani e provetti telegrafisti, che ogni anno

andavano in missione, pagata meglio della mia, al Lido di Venezia, dove il lavoro tele-

grafico era veramente eccezionale. A volte facevano anche da capoturno.

Ricordo Caldiera, un signore sui sessant’anni forse, sempre impeccabilmente

vestito, con un’aria un po’ Ottocento, buon morsista, che scriveva usando sempre un

inchiostro verde che lui stesso si fabbricava. C’era poi un certo Sbresci, telegrafista

eccezionalmente bravo, nonostante fosse afflitto da un ictus (si dice così?) che lo

costringeva a fare i più inverosimili contorcimenti con tutto il corpo.

E non ho mai capito come, con tutti quei sussulti, fosse in grado di trasmettere e

di scrivere in maniera impeccabile. Per me invece, se c’era un punto debole nella mia

formazione, era costituito dalla scrittura che, come sempre quando scrivo sotto detta-

tura, era inverosimilmente nervosa e a tratti quasi illeggibile. Con quella scrittura ver-

gavo anche i telegrammi per lo più molto lunghi e complessi, che erano diretti al

Prefetto, al Segretario federale del P.N.F. o al Patriarca, che erano poi le massime

autorità veneziane. Ma nessuno di costoro mi fece mai chiedere spiegazioni su ciò che

avevo scritto. Ne dedussi che mi capivano e perciò me ne feci un motivo di forza nei

confronti di quei colleghi che, dovendo ritrasmettere attraverso altri circuiti, i miei

telegrammi in transito, mi gridavano ogni tanto, da un capo all’altro dell’enorme sala

apparati: “Cesco, ostia, non capisco!”.

Un bel giorno, con la coscienza in realtà non molto tranquilla, ribattei a uno di

costoro che mai, né prefetto, né federale, né patriarca si erano lagnati della mia scrit-

tura e che perciò era tempo che la smettessero con le loro rimostranze locali. Ebbi

successo: da allora le rimostranze diradarono fino a scomparire.

Eppure v’era a volte messaggi telegrafici che mettevano veramente a dura prova

le mie doti di amanuense telegrafico. Ne ricordo un paio, che provenivano dal

Vittoriale, dove il “Divino Vate” trascorreva i suoi ultimi anni nel più sterile compia-

cimento di se stesso. D’Annunzio godeva del privilegio di potersi servire dei pubbli-

ci servizi postali e telegrafici senza pagare una lira, e ne approfittava. I suoi tele-

grammi, come sempre magniloquenti e un tantino deliranti, erano pieni di espressio-

ni arcaiche, pseudopoetiche, che esigevano di essere trascritte con assoluta fedeltà.

Evidentemente lo feci, perché non me ne vennero né reclami né richieste di deluci-

dazione. O forse ai destinatari poco importata la trascrizione fedele del messaggio,

che non leggevano affatto, perché forse era prevedibile, conoscendo il mittente.

Tra i colleghi più giovani rammento un certo Vidal, di Portogruaro, un vero vir-

tuoso del Morse, che riusciva a trasmettere, impeccabilmente, con qualsiasi parte del

corpo (e ce ne diede, un pomeriggio di domenica, lo ricordo bene, prova eloquente).

Aveva poi un’altra qualità, che a me assolutamente mancava. La sua scrittura, qua-

lunque fosse la velocità con cui il messaggio veniva trasmesso, era sempre assoluta-

mente leggibile, e sempre in caratteri stampatello. Usava infatti uno di quei pennini

che si chiamavano, se ben rammento, “mezzo rotondo”, da calligrafia.

Un altro, certo Filippi, che ritrovai anche anni dopo, quando faceva il viaggiato-

re librario, era orbo come una talpa (usava occhiali con lenti molto grosse) e non rice-

veva ad udito, ma doveva leggere, e con grande fatica, la zona. Una domenica gli

facemmo uno scherzo atroce: collegammo il suo apparato con un tasto piuttosto lon-

tano, e lo costringemmo a decifrare e trascrivere i messaggi più assurdi e complicati,

usando codici inesistenti di nostra estemporanea invenzione. E dopo un paio d’ore

mettemmo fine allo scherzo, facendogli decifrare questa frase: “Sei stato proprio

bravo, fesso!”. Non se la prese più di tanto, forse era un rassegnato.

A proposito di codici: una volta mi presi una multa di due lire (farà sorridere,

oggi, ma erano circa un sesto della mia paga giornaliera!) perché conclusi una litiga-

ta con il corrispondente, mi fare ferrarese, che mi aveva fatto incavolare, con un lapi-

dario “F52”. Il fatto è che nel “"codice F”, che naturalmente non esisteva, ma noi usa-

vamo chiamarlo così, “F52” si può leggere anche “fesso”. E tale lo lesse il mio occa-

sionale antagonista, o forse, tradito dal subcosciente, io così glielo trasmisi, per così

dire “in chiaro”.

Potrei forse continuare anche con altri nomi e con altri ricordi, alcuni mi sono

rimasti ben vivi nella mente. Ma forse è meglio che mi fermi qui.

Al telegrafo, in ogni caso, tornai, come ho già detto, nel 1940, quando mi feci

assumere, per un’estate, a Belluno (ero già maestro di ruolo, allora). Quando inse-

gnavo a Paese mi capitò un giorno di recarmi all’ufficio postale per riscuotere lo sti-

pendio, proprio mentre all’apparato Morse trasmettevano un telegramma. L’impiegata

aveva lasciato scorrere la zona, riservandosi di decifrarla più tardi, quando non ci

fosse più pubblico da servire allo sportello. Io, pensando forse di farle un piacere,

mentre aspettavo glielo scrissi personalmente e glielo consegnai. Dalla faccia capii

Punto e linea - il mio rapporto con il telegrafo 99

subito che non aveva particolarmente gradito il mio aiuto, e non aveva poi tutti i torti.

Perché allora vigeva ancora una regola, che nella mia famiglia era rigorosamente e

senza eccezioni rispettata, dell’assoluta riservatezza dei messaggi, specialmente tele-

grafici. Ricordo che una volta, a Mare, era arrivato un telegramma, non so di che teno-

re per zio Lindo, che allora viveva ancora con zia Pia, non essendo sposato. E fu

appunto zia Pia che lo ricevette e poi glielo consegnò. A tavola zio Giulio, che era il

fratello maggiore, gran bravo telegrafista pure lui, si permise di chiedere a zia Pia di

chi fosse il telegramma, e quale fosse il contenuto. Risposta secca e lapidaria di zia

Pia:

- Sono affari suoi!

Zio Giulio non battè ciglio, e non insistette.

Altro rigurgito di amore telegrafico lo ebbi a Maserata, dove fui maestro per un

paio d’anni. Erano anni di sperimentazione didattiche, dopo le rigide direttive fasci-

ste. E io riuscii a procurarmi un tasto da esercitazione, un cicalino, una pila, che col-

legai in modo corretto (oggi non saprei più farlo) ed insegnai ai miei allievi di quin-

ta i primi rudimenti della telegrafia Morse. Non credo che ci siano stati dei risultati

pratici, anche perché, forse, e io non potevo ancora saperlo, era già iniziata l’epoca

del tramonto del Morse.

E con questa riflessione un po’ crepuscolare concludo i miei ricordi telegrafici.

Li avevo iniziati alcuni mesi fa, poi avevo smesso. Ora, in un paio di giorni, senza

rileggere e senza molto pensarci, li ho portati avanti, di getto. Direi: più a memoria

futura che a memoria mia. E questo è tutto.

Treviso, 23 aprile 1997, ore 17,30.

Sento improvviso il bisogno di aggiungere qualche cosa. Ad esempio a proposi-

to del tono personale di ogni trasmissione, che al morsista orecchiante è proprio come

una voce. Io, ad esempio, ricordo benissimo la trasmissione di Nuti, il titolare del-

l’ufficio di S. Stefano di Cadore. Era assai sordo, forse più di quanto non lo sia io

oggi, ma anche se fosse stato lontano venti metri dal suo telegrafo ne sentiva profon-

damente il richiamo. Probabilmente perché quel ticchettio arrivava al suo orecchio

quasi, direi, in stato di purezza, senza interferenze di sorta. La sua trasmissione era,

come dire, minuta e rapidissima, ma oltremodo precisa. Il rapporto tra le linee e i

punti era assolutamente rispettato (tre a uno, come ho già detto) anche se, verificata

sulla zona, per così dire isolata dal resto, una delle sue linee aveva tutta l’apparenza

di un punto.

Ricordo anche perfettamente un’altra trasmissione; quella di un mio corrispon-

dente dal telegrafo di Venezia Ferrovia. Era una trasmissione tutta particolare, con

irregolarità ricorrenti, eppure quanto mai gradevole. Non l’ho mai conosciuto di per-

sona, il mio corrispondente ferroviere, ma lo riconoscevo subito e lui riconosceva me,

non appena mettevo la mano sul tasto. Nel suo ufficio i telegrammi privati si accu-

mulavano, perché, naturalmente, la precedenza era per loro, i telegrammi di servizio,

dai quali poteva anche dipendere la vita dei passeggeri.

Lui dunque voleva, come ricevente, solo me oppure quel tal Vidal di cui ho detto.

E lo chiedeva esplicitamente. Mi capitò un giorno di restarmene seduto all’apparato

di Venezia Ferrovia per varie ore. Infatti, prima di iniziare la ricezione, gli aveva chie-

sto:

- Quanti ne hai?

- Tanti - mi rispose laconicamente.

- Allora - conclusi - avanti senza mai fermarti, lasciandomi solo il tempo di regi-

strare.

E così avvenne; alla fine diedi ricevuta dei dispacci trasmessimi con un semplice

ed altrettanto laconico:

- Ricevuti 110!

Mi ci erano volute alcune ore. E allora ci pareva naturale. Ma se ci penso oggi la

cosa mi appare quanto mai assurda. Da Rialto, dove c’era il telegrafo centrale, alla

ferrovia, ci possono essere, a piedi naturalmente, una ventina di minuti. E allora mi

chiedo se non sarebbe stato molto più razionale far portare quei telegrammi da un fat-

torino, invece di farceli trasmettere con l’apparato, per doverli poi ritrasmettere, dal

momento che erano tutti telegrammi di transito.

Per noi, misteri della nostra burocrazia!

Treviso, 26 aprile 1997, ore 11 3/4.

 

Punto e linea - il mio rapporto con il telegrafo 101

 

73, Carlo